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L'angolo del direttore

Non se ne esce: considerazioni su un inverno mai nato

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C'era una volta l'inverno.

nonseneesceNe è passato di tempo da quando l’inverno veniva apostrofato come Generale Inverno.

Oggi , da ormai molte stagioni e io aggiungerei troppe, da noi in Italia, ma anche in Europa, lo si può definire meglio come Appuntato Semplice Inverno.

Troppi inverni miti seguiti da estati soffocanti.

Per quanto si possa obiettare che il cambiamento climatico dipenda o meno dagli uomini (per il sottoscritto no), è pur vero che il cambiamento c’è stato eccome.

Per quelli della mia età o giù di li, bastano piccolissimi riferimenti a quello che in inverno non si vede più e che invece prima era la norma assoluta, come, per fare un solo nostalgico esempio, divertirsi da ragazzi a rompere il ghiaccio delle pozzanghere ai bordi delle strade, lungo i marciapiedi dissestati o negli spazi sterrati tra i palazzi.

Chi oggi è giovane, ma anche prossimo alla maturità dei trent’anni, non ha nessun ricordo del genere nel paniere della memoria, semplicemente perché ciò non è più accaduto.

E non è mai più accaduto, nemmeno negli anni in cui si sono potuti registrare eventi invernali freddi di una certa portata, come ad esempio il triennio 2010-2012.

Nelle grandi città di pianura o nei paesi di collina, le fontane ghiacciate, come pure le fontanelle pubbliche, sono eventi rarissimi da osservare, che si verificano a cadenza pluriennale e non rientrano più quindi nella norma dell’inverno, che quando era ancora Generale, alternava fasi di mitezza piovosa atlantica a immediatamente successive irruzioni fredde, a seguito delle quali tutto ciò che di liquido rimaneva era destinato a ghiacciare, regalando alla vista e al calpestio suggestive lastre vetrificate.

Eppure ogni anno le cronache meteorologiche dei principali media televisivi e giornalistici, ci lasciano testimonianza di feroci blizzard nordamericani e record termici negativi nell’Asia orientale siberiana.

Ma questo non basta se al computo generale mancano i dati relativi a un’intera Europa sotto scacco di una mitezza cronica generale. Persino i paesi nordici della Scandinavia o del nordest europeo sono sempre più frequentemente teatro di stagioni invernali prive dei tradizionali connotati gelidi.

C’è un intero continente insomma che risente di un addolcimento climatico che evolve sempre più in norma conclamata.

L’ultimo inverno che sembrava averci riportato ai fasti e alla storica concretezza di quelli degli anni 60 e 70 è stato quello del 2010, grazie all’immensa massa di polveri vulcaniche generate dall’eruzione del vulcano islandese Eyjafjöll , protrattasi dal dicembre 2009 per 10 mesi fino all’ottobre dell’anno successivo, penetrate copiosamente in Stratosfera a sconvolgerne gli equilibri termici e geopotenziali.

La risposta in Troposfera si tradusse in una serie storica di corposi periodi di freddo intenso e prolungato che toccarono tutti i continenti dell’emisfero settentrionale, sia ad inizio che a fine anno, nelle due separate fasi invernali annuali.

Da allora, esaurita la spinta forzante data all’atmosfera da un evento naturale estremo come la mega eruzione appena citata, gli anni a seguire hanno inanellato una serie continua di stagioni invernali sopra media termica, compresa la stagione per noi fortemente nevosa del 2012, che seppur caratterizzata da un lungo evento climatico freddo, nel suo complesso è poi risultata essere in anomalia positiva.

2013, 2014, 2015 e questo inizio di 2016 hanno confermato il trend, regalandoci stagioni anonime, difficilmente identificabili con la naturale connotazione dell’inverno, anche in presenza di episodi meteorologici d’eccezione come quello che lo scorso anno ha portato storicamente la neve su località come Reggio Calabria , Messina, Catania, Trapani e altre decine di città del Sud, dove la sua comparsa è un accadimento realmente straordinario.

Ma l’evento estremo, se veloce, isolato e circoscritto nel territorio e nel tempo, non è sufficiente a caratterizzare un’intera stagione e soprattutto non caratterizza l’aspetto meteo-climatico dell’intero Paese dove si verifica.

Quest'anno poi, è drammatica più che mai la situazione degli Appennini, dove la neve è diventata quasi un'eccezione invece che la norma. Ormai si scia quasi esclusivamente sulle Alpi, grazie alla latitudine e alle quote superiori delle stazioni sciistiche. Prealpi e Appennini debbono contare sulla sorte ondivaga stagionale.

Eccoci quindi a dover fare di nuovo i conti con qualcosa di difficilmente traducibile, benchè ci si sforzi di dare spiegazioni il più possibile logiche e pseudo-scientifiche, che tirano in ballo di volta in volta lo scioglimento dei ghiacci artici, la parziale soppressione della Corrente del Golfo che ne conseguirebbe, l’anomala lunghezza dei periodi di minimo solare, lo spostamento dell’asse magnetico terrestre e chi più ne ha più ne metta.

All’opposto ritroviamo invece la presenza ogni anno di almeno uno scienziato, più o meno noto, più o meno credibile, che predice l’esatto opposto, ovvero il prossimo avvento di una nuova piccola era glaciale.

A chi credere, dovendo scegliere tra i fatti reali ed evidenti di ogni giorno e qualche innovativa teoria alternativa io non lo so.

So solo che mi mancano la presenza, gli odori, le atmosfere, le emozioni, i disagi, a volte i fastidi, ma anche le magie, di una parte essenziale del mio vivere complessivo che si chiamava inverno.

Quanta tristezza al pensiero di dover vivere per sempre di due sole stagioni: una lunghissima, soffocante, estenuante estate, seguita da un’altrettanto lunga e interminabile primavera, caratterizzata da fasi estremamente tempestose e distruttive, alternate a lunghissimi periodi di piatta e nebbiosa siccità anticiclonica.

Non so a voi… A me fa questo effetto.

nonseneesce

Luciano Serangeli

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